I linguaggi dei pattern ci aiutano ad affrontare la complessità di un’ampia varietà di sistemi, che vanno dai programmi informatici, agli edifici, alle città. Ogni “pattern” (“modello”) rappresenta una regola che governa una parte funzionale all’interno di un sistema complesso, ed è possibile applicare i linguaggi dei pattern in modo sistematico. Una progettazione studiata per connettersi agli esseri umani deve integrare l’informazione apportata da un linguaggio dei pattern, basato su invarianti generali. Un linguaggio dei pattern permette ai pattern di scala più piccola di combinarsi con, e di rinforzare, quelli di scala più ampia. I pattern di grande scala sono a loro volta necessari, perché contengono più informazione dei pattern di piccola scala che li sostengono, e mostrano perciò proprietà emergenti. Questo articolo descrive come verificare la validità di alcuni linguaggi dei pattern già esistenti, come sviluppare linguaggi dei pattern per nuove discipline, e con quale successo i linguaggi dei pattern si evolvono nel tempo. Arricchire e riparare un linguaggio dei pattern comporta la conservazione della conoscenza previamente acquisita. Come applicazione, è stata tratta dai pattern architettonici di Christopher Alexander la geometria connettiva delle interfacce urbane.

Introduzione

Noi osserviamo il mondo che ci circonda e ne impariamo le strutture, astraendone i rapporti di causa ed effetto, ed evidenziando soluzioni ricorrenti che si ottengono in condizioni diverse. Queste regole empiriche, che mostrano le regolarità di un accadimento, sono chiamate “pattern”. I pattern visuali sono l’espressione più semplice del concetto di pattern (Salingaros, 1999). Vi sono molti pattern ben radicati nelle nostre menti: il corredo ereditario delle azioni e reazioni che garantiscono la nostra sopravvivenza. Altri pattern si devono invece imparare, e costituiscono un’estensione artificiale della mente umana. La capacità di osservare i pattern conferisce all’uomo un vantaggio adattativo e allo stesso tempo il potere di modificare l’ambiente. Ovviamente, per coglierne il meccanismo di base, è necessario che la complessità nella quale è involto il pattern in contesto venga almeno in parte chiarita.

Il linguaggio di un gruppo di pattern costituisce il fondamento di ogni disciplina. I linguaggi dei pattern appresi — quelli non connaturati alla mente umana — sono stati accuratamente conservati nel passato. Molti pattern relativi alle relazioni umane si trovano ad es. codificati nelle religioni, nei miti, e nelle epiche letterarie. Dall’accumulo di scoperte, generazione dopo generazione, sorge così un’intelligenza collettiva. Si tratta di un processo assolutamente pubblico. Le scienze si appoggiano alla matematica per il potere di organizzare dati e spiegare fenomeni attraverso regolarità, ovvero pattern logici (Steen, 1988). Si assiste a un avanzamento quando i pattern di un’area si collegano a quelli di altre aree.

Il presente documento discute il linguaggio che collega insieme i pattern. Un linguaggio dei pattern contiene informazione connettiva utile, che aiuta sia a convalidare i pattern, sia ad applicarli. Definiremo la struttura di un linguaggio dei pattern nei termini delle proprietà delle combinazioni dei pattern. Un tale approccio permette di osservare l’ordinarsi dei pattern nello spazio, nel tempo e nelle dimensioni umane. Un minimo di familiarità con i pattern architettonici di Christopher Alexander è dato per scontato (Alexander, Ishikawa et al., 1977). Benché introdotti in architettura più di vent’anni fa, il loro vero significato è stato colto soltanto da pochi professionisti. I pattern sono infatti un potente strumento per controllare processi complessi, ma a causa di alcuni equivoci non hanno svolto un ruolo importante nel progetto architettonico. D’altro canto i pattern hanno incontrato un successo inaspettato nell’ambito disciplinare dell’informatica.

I destinatari di questo scritto sono tutti coloro che hanno interesse a connettere i propri progetti agli esseri umani. Dimostreremo che ciò non può essere fatto senza incorporare dei pattern. Dopo aver descritto in termini generali che cosa sono i pattern, ed i modi in cui possano venir combinati, discuteremo della relazione tra pattern e scienza. L’utilizzo della teoria dei grafi illustrerà visualmente alcuni aspetti chiave dei linguaggi dei pattern: come si combinano i pattern per formare pattern di livello più alto che contengono nuova informazione; in che modo pattern collegati esistono su differenti livelli; come scoprire dei pattern in un nuovo linguaggio; in che modo un linguaggio dei pattern risulta convalidato mediante la sua struttura connettiva, indipendentemente dalla validità di ciascuno dei suoi singoli pattern. Un’attenzione particolare sarà data al modo in cui un linguaggio dei pattern viene danneggiato dall’imposizione di regole stilistiche arbitrarie e di anti-pattern, spesso confusi per pattern. Fin troppo spesso si è cercato di trasformare una società cambiandone il linguaggio dei pattern dedicato all’architettura. Verrà offerta un’applicazione di questo approccio dei pattern alla geometria delle interfacce urbane.

Cos’è un pattern?

Alexander e i suoi colleghi hanno estratto 253 soluzioni o “pattern” di design ricorrenti in architettura, come ad esempio il bisogno di PICCOLI LOTTI DI PARCHEGGIO (n. 103), o BALCONE DI DUE METRI — la profondità minima affinché sia utilizzabile — (n. 167) (Alexander, Ishikawa et al., 1977). Essi hanno mostrato come i progetti che hanno violato tali pattern abbiano riscosso un successo notevolmente inferiore di quelli che invece li hanno seguiti. La modalità usata da Alexander per definire un pattern prevede un’affermazione che sintetizza la filosofia riguardo a uno specifico argomento. Ad es. per PICCOLI LOTTI DI PARCHEGGIO: «Lotti di parcheggio ampi rovinano il territorio destinato alle persone».

L’affermazione relativa al pattern viene quindi seguita da una spiegazione che ne sostiene la ragione: dati statistici; un’analisi scientifica; la scoperta dell’esistenza parallela di quel pattern in culture completamente diverse; ragioni psicologiche, strutturali o culturali; ecc. Per es., la discussione che segue il pattern di cui sopra recita: «... la semplice esistenza delle auto mette a repentaglio la struttura sociale, se le aree destinate a parcheggio occupano più del 9 o 10% del territorio di una comunità. ... parcheggi di dimensioni ridotte sono molto meglio per l’ambiente di quelli grandi, anche se la somma complessiva delle loro aree fosse equivalente. ... Le aree di parcheggio ampie, benché adatte alle auto, hanno caratteristiche del tutto inadatte alle persone».

Un pattern finisce con qualche tipo di indicazione pratica, per aiutare a concretizzarlo in un design reale. Riguardo al nostro esempio la conclusione è: «Realizzare aree di parcheggio piccole, adatte a non più di 5 o 7 automobili, ogni area circondata da muretti da giardino, siepi, steccati, pendii e alberi, in modo che dall’esterno le auto risultino pressoché invisibili ...».

Molte critiche rivolte a Un linguaggio dei pattern di Alexander sono in parte giuste, ad es. che esso riflette la mentalità degli anni ’60, che è troppo radicale e difficile da incorporare nel disegno e nella progettazione contemporanei, o che ignora quasi tutto ciò che viene ritenuto importante dall’architettura del ventesimo secolo. Ma queste sono sottigliezze a confronto dell’importante messaggio del libro. Il presente articolo tenterà di dimostrare che qualunque progetto ignori i pattern non ha alcuna speranza di connettersi agli esseri umani.

Le combinazioni dei pattern di Alexander

I pattern progettuali possono venir combinati in un’infinità di modi. Le regole di connessione — vale a dire il linguaggio — sono state però soltanto abbozzate. Per comprendere la relazione intercorrenti fra i pattern, occorre risalire ai primi lavori di Alexander (Alexander, 1964; Alexander, 1965). Ad esclusione del capitolo 16 di Il modo atemporale di costruire (Alexander, 1979), Alexander stesso non si è dilungato sul tema della sintesi fra i pattern. Ogni debolezza dei pattern della quale ci diamo conto potrebbe risiedere nei pattern specifici, ma più probabilmente è dovuta alla mancata comprensione del loro linguaggio combinatorio. Sebbene Alexander alluda alla connettività dei propri pattern progettuali verso altri pattern (nel preludio e nel post scriptum), è difficile aver di essi una visione senza una mappa connettiva. Persino gli architetti che utilizzano i pattern, tendono ad ignorare in qual modo i pattern si colleghino l’uno all’altro, e così il disegno che ne risulta molto spesso manca di coerenza sulla larga scala.

In uno sviluppo decisamente inatteso, il format de Un linguaggio dei pattern ha incontrato un’applicazione fondamentale nella programmazione dei computer. Ogni soluzione di programmazione che ricompare in situazioni distinte, può essere identificata come un “pattern”, e di conseguenza venire riutilizzata come un’unità. Quella dei pattern è ormai riconosciuta come una potente cornice teorica all’interno della quale assemblare complessi programmi informatici (Coplien e Schmidt, 1995; Gabriel, 1996; Gamma, Helm et al., 1995). I sostenitori dei pattern nel software, ritengono che essi aiutino a sciogliere un ampio spettro di problemi pratici, che altrimenti risulterebbero troppo disagevoli oppure impegnerebbero troppo tempo per essere risolti.

Per rendere meglio ai lettori che cosa s’intenda per pattern che si connettono l’uno all’altro, elenchiamo alcuni esempi di associazione.

1. Un pattern contiene o generalizza un altro pattern di scala inferiore.

2. Due pattern sono complementari, e l’uno ha bisogno dell’altro per essere completo.

3. Due pattern risolvono problemi diversi che si sovrappongono e coesistono sullo stesso livello.

4. Due pattern risolvono lo stesso problema in maniera alternativa, in modo ugualmente valido.

5. Pattern distinti condividono una struttura simile, implicando perciò una connessione a livello superiore.

Quando si propongono delle regole di connessione, vengono fuori due diversi aspetti del pattern. Le componenti interne di un pattern determineranno l’inclusione in un pattern più ampio. D’altro lato, è l’interfaccia a determinare la giustapposizione, o la connessione sullo stesso livello. Due pattern sullo stesso livello possono competere, blandamente coesistere, o costituirsi come complementi indispensabili l’uno per l’altro.

Una critica ai pattern di Alexander deriva dal fatto che essi si oppongono ad alcune pratiche economiche ed al processo costruttivo attuali. Un linguaggio dei pattern va dalla scala del dettaglio di superficie fino a quella di una grande città, e comprende le idee di Alexander su come impostare al meglio un ambiente artificiale umano (Alexander, Ishikawa et al., 1977). Alcuni pattern urbani si contrappongono direttamente alla speculazione territoriale e all’erezione di megatorri, laddove i pattern costruttivi rendono ovvio il bisogno di una qualità più strutturale rispetto a quella offerta abitualmente dagli appaltatori di oggi. Entrambi questi punti minacciano una fonte di profitto nella costruzione industriale. Mentre non è ancora chiaro come riconciliare queste discrasie, i critici di Alexander le usano come scusa per rifiutare tutto Un linguaggio dei pattern e dichiararlo impraticabile e irrealistico (Dovey, 1990). Un atteggiamento assai poco lungimirante da parte loro.

Più seria la preoccupazione avanzata dai professionisti che cercano di applicare i pattern di Alexander per dare forma all’ambiente costruito: Un linguaggio dei pattern non è un “metodo di progettazione”, ma nessuno ha mai preteso che lo fosse. È piuttosto uno sforzo per integrare dei pattern in un disegno progettuale contemporaneo. Gli architetti però hanno un disperato bisogno di un metodo di disegno autoinclusivo, e non trovandolo nelle teorie di Alexander, utilizzano piuttosto un metodo qualsivoglia di design alla moda. Gli strumenti proposti da Alexander vengono perciò ignorati, e si riveleranno utili soltanto a un’analisi retrospettiva, la quale ci spiegherà anche che Un linguaggio dei pattern a tutt’oggi non ha avuto alcun impatto. La progettazione è un lavoro tremendamente difficile, e a noi piacerebbe aiutare a mostrare come usare in pratica i pattern.

Un insieme di pattern connessi, costituisce un contesto all’interno del quale è possibile stabilire qualsiasi progetto. I pattern non determinano però il disegno. Imponendo delle condizioni eliminano certo un gran numero di possibilità, ma permettono ancora un numero infinito di possibili disegni. L’affinarsi delle possibilità, dopo tutto, costituisce parte essenziale di un metodo pratico di progettazione. In questo caso, le scelte che restano sono esattamente quelle che connettono agli esseri umani, visivamente, emotivamente, funzionalmente, o perché facilitano le loro interazioni e le loro attività. Le persone hanno dei bisogni fondamentali di tipo fisico ed emotivo, che dovrebbero venir soddisfatti dall’ambiente costruito, eppure fino ad oggi la maggior parte di essi è stato trascurato. Il disegno architettonico che adatta — o meglio ancora perfeziona — un contesto di pattern di Alexander, verrà avvertito come più “naturale” di uno che non lo fa.

Applicazione: la geometria connettiva delle interfacce urbane

In una città viva, il ruolo dei confini è quello di definire e connettere regioni diverse, e d’incoraggiare molti tra quei processi umani che rendono la città funzionale. Se queste funzioni hanno luogo, ciò è in gran parte una conseguenza della geometria dei confini urbani: dev’essere allo stesso tempo frastagliata e permeabile. (In termini matematici, è corretto chiamare una tale linea “frattale”, né continua, né perfettamente liscia). L’informazione necessaria è già contenuta in svariati pattern di Alexander. Tali pattern architettonici si combinano per fornire una definita geometria urbana, molto diversa da quella che riscontriamo nelle odierne città.

In pratica risulta molto scomodo lavorare utilizzando un catalogo completo di pattern già scoperti per realizzare un prodotto. Un elenco connettivo semplificato è in grado di migliorare enormemente l’utilizzabilità di un dato linguaggio dei pattern. Una procedura per generare una mappa del genere si basa sullo “spezzettamento” concettuale dell’informazione (Miller, 1956). Lo scopo è quello di riunire i pattern in gruppi di circa cinque (o meno) per ogni livello di scala. Supponiamo che vi sia il bisogno di disegnare qualcosa utilizzando i pattern a disposizione; si prendono quelli che sono più rilevanti per il problema che stiamo affrontando, e quindi se ne scelgono non più di una dozzina da un catalogo di pattern. Si identifica una dimensione verticale (per es. tempo, spazio, o grandezza del gruppo) appropriata al processo che genera il prodotto finale, e si passa a studiare in che modo il processo generativo si sviluppa quando ci si muove lungo i livelli della scala.

Una volta che un gruppo di pattern viene messo insieme da un catalogo di pattern, si può tornare indietro e svilupparne altri per dei processi collegati, che includeranno pattern lasciati fuori durante il primo giro. I gruppi di pattern per risultati diversi dovrebbero essere separati, in modo da non confondere vicendevolmente la propria chiarezza.

I pattern per le interfacce urbane

Diversi pattern hanno un impatto diretto sulla geometria delle interfacce urbane. Li elenchiamo qui, secondo la numerazione de Un linguaggio dei pattern (Alexander, Ishikawa et al., 1977).

Tavola 1. I pattern di Alexander che definiscono i confini urbani.

13. CONFINE SUBCULTURALE

15. CONFINE DI VICINATO

42. FASCIA INDUSTRIALE

53. ENTRATE PRINCIPALI

108. EDIFICI COLLEGATI

119. PORTICATI

121. PROFILO DEL SENTIERO

122. FACCIATE

124. SACCHE DI ATTIVITÀ

160. MARGINE DELL’EDIFICIO

165. APERTURA ALLA STRADA

166. CONTORNO DEL LOGGIATO

Questi dodici pattern funzionano da fondamenta empiriche di una geometria delle interfacce urbane.

Invertire l’ordine dei pattern

I pattern di Alexander sono numerati secondo l’ordine decrescente della grandezza, ma noi dobbiamo invertire quest’ordine nella lista qui sopra ai fini della nostra discussione. CONTORNO DEL LOGGIATO propone che le persone debbano poter camminare lungo una zona di connessione, come un balcone, per sentirsi connesse al mondo esterno. APERTURA ALLA STRADA è un corollario: le persone su un marciapiede dovrebbero sentirsi connesse alle funzioni interne all’edificio, e ciò viene reso possibile da aperture dirette. Il MARGINE DELL’EDIFICIO dovrebbe essere tale da incoraggiare la vita, creare snodi pedonali e dunque quella geometria necessariamente frastagliata e merlata che essi richiedono. SACCHE DI ATTIVITÀ rivela che ogni spazio pubblico è ben riuscito soltanto se il suo contorno accoglie e conforma snodi pedonali ben riusciti. FACCIATE definisce la vita al margine edificato di una strada, laddove i rientri uniformi delle parti alte degli edifici «quasi sempre distruggono il valore delle aree aperte fra gli edifici». PROFILO DEL SENTIERO richiede degli snodi pedonali lungo un passaggio, i quali deformeranno ogni rettifilo in una foggia più frattale. PORTICATI connette l’interno degli edifici con il mondo esterno, attraverso uno spazio intermedio parzialmente coperto; senza di esso, la transizione è troppo brusca.

EDIFICI COLLEGATI crea sia una frontiera, sia un passaggio lungo di essa, che risulta distrutto se c’è dello spazio intermedio tra gli edifici. ENTRATE PRINCIPALI dà significato — definendo l’accesso — a ciò che altrimenti risulterebbe uno spazio inutilizzabile fra gli edifici. FASCIA INDUSTRIALE funziona da possibile via alla creazione di un ampio confine per separare regioni che contengono tipi di edifici diversi. Infine, i due pattern CONFINE DI VICINATO e CONFINE SUBCULTURALE sottolineano la necessità di contenimento in una città viva, e mostrano in che modo una zona può distruggerne una vicina se sono assenti gli appropriati confini. Insieme, questi pattern si combinano per generare l’immagine di una città viva che dipende in gran parte dalle sue convolute, permeabili interfacce. L’informazione accumulata da Alexander e dai suoi colleghi nel comporre Un linguaggio dei pattern, offre un concetto del tessuto urbano come di una struttura altamente connessa, le cui suddivisioni vengono definite da confini complessi.

Alcuni critici potrebbero desiderare l’eliminazione del primo gruppo di pattern, in quanto validi soltanto per una città pedonale, che, secondo il loro giudizio, non esiste più. Invece è vero proprio l’opposto. La discussione di questo articolo mostra chiaramente che siccome gli esseri umani sono anatomicamente costituiti per camminare ed è questo il loro principale mezzo di trasporto, questi pattern non hanno età, e restano validi anche se il loro contesto risulta rinserrato nell’odierno paesaggio urbano dominato dalle automobili. Funzionano ovunque camminiamo, in un parcheggio, lungo le vetrine dei negozi, per marciapiedi suburbani, o all’interno di grandi centri commerciali coperti. Decenni di repressione ad opera dei pattern a favore della rete automobilistica, hanno cancellato la maggior parte dei pattern pedonali (Newman e Kenworthy, 1999). Ovunque vi sia un’opportunità architettonica, tuttavia, questi pattern riemergono spontaneamente per creare un’interfaccia vivente.

Convalida dei pattern

Alexander presenta il suo Un linguaggio dei pattern come uno strumento pratico, e ordina i pattern in un ordine di grandezza approssimativamente decrescente. In effetti è questo l’ordinamento corretto quando li si utilizzi per il progetto, perché le decisioni su ampia scala vanno assunte prima. Tuttavia, ciò presuppone la comprensione che i pattern sono veri nel senso fondamentale del termine. Il problema è che l’architettura maggioritaria non ha mai accettato interamente i pattern di Alexander; sono stati piuttosto i movimenti di frangia più sensibili e spirituali a farlo. Così, per verificare i pattern suesposti, bisogna leggerli nel senso contrario, dal piccolo al grande. La mente umana è capace di organizzare i pattern più piccoli in gruppi; i pattern più grandi utilizzano questi raggruppamenti, e generano anche nuove proprietà che non sono presenti nei pattern che li compongono. La mente è capace di convalidare i pattern in maniera subcosciente, quando leggiamo i pattern secondo un ordine che si evolve (dal piccolo al grande).

Persino adesso, a più di vent’anni dalla sua pubblicazione, è raro che il significato principale de Un linguaggio dei patternvenga adeguatamente considerato. Molta gente lo ritiene ancora una sorta di catalogo di preferenze personali, il che è un fraintendimento completo (Dovey, 1990). Anche coloro i quali capiscono che ciascun pattern è stato fondato o per osservazione empirica, o attraverso un ragionamento scientifico, spesso non riescono a costatarne l’inevitabilità. È raccomandabile fotocopiare i pattern rilevanti da Un linguaggio dei pattern (Alexander, Ishikawa et al., 1977), e spillarli insieme nell’ordine inverso. Leggerli senza la distrazione di tutti gli altri pattern aiuta a collegarli nella mente del lettore. La progressione naturale dal piccolo al grande svela le connessioni tra le scale più ampie che via via si susseguono. Ciò conduce alla conclusione che il tipo di confine urbano descritto non è una mera suggestione, ma è proprio necessario per una città vivente.

Oltre la convalida interna offerta dalla loro capacità di combinarsi, ciò che dimostra la necessità dei pattern è la loro connessione ai pattern fondamentali del comportamento e del movimento umano. Molte funzioni ed interazioni umane vengono facilitate dalla geometria urbana proposta, e si potrebbero collegare graficamente in maniera diretta i pattern comportamentali con questi pattern architettonici. Nella maggior parte dei casi tale connessione si mostra come l’intuizione che i pattern relativi ai confini urbani “suonano bene”. Alexander ha fondato molto della convalida de Un linguaggio dei pattern su questa valutazione intuitiva (capitolo 15 di Il metodo atemporale di costruire (Alexander, 1979)), che però è stata rigettata come non scientifica. La nostra discussione dimostrerà che ad essa è invece sottesa una base di teoria dei grafi.

Più piccola è la scala sulla quale il pattern agisce, e con più immediatezza esso si connette agli esseri umani. I pattern architettonici al livello umano di scala 1 cm – 1 m, creano una risposta viscerale, perché possiamo averne un’esperienza pressoché con tutti i nostri sensi. Pattern più grandi che non possono essere toccati o sentiti richiedono sintesi e riconoscimento; diventano più intellettuali. Le persone che non ne hanno provato esperienza diretta (in alcune regioni del mondo ne esistono ancora) raramente sono in grado di immaginarne l’impatto emotivo. Questa è la ragione per cui in un processo di convalida la sequenza dal piccolo al grande funziona: essa introduce a una connessione umana più forte all’inizio, e i pattern successivi si costituiscono su un fondamento accettato intuitivamente.

Pattern e scienza

La restante parte di questo articolo discute i pattern in termini molto generali, con l’intenzione di dimostrare la loro inevitabilità. Un pattern è una soluzione, frutto di una scoperta, messa alla prova diverse volte, e sotto varie condizioni. La cornice temporale dei pattern architettonici e urbani può misurare svariati millenni. Un pattern di solito non viene inventato, per cui la creatività qui è subordinata all’indagine e all’osservazione empirica. È possibile inventare nuovi modi di combinare e mettere in relazione i pattern. La creatività è riservata ai prodotti che sorgono da un’applicazione del linguaggio dei pattern, non al processo. Giacché i pattern sono derivati empiricamente da osservazioni, differiscono dalla teoria scientifica che trae soluzioni a partire dai primi principi. Tuttavia, i pattern oggetto di scoperta forniscono un fondamento fenomenologico sul quale le teorie scientifiche possono prosperare. Una volta stabilite, tali teorie spiegano perché determinati pattern funzionano.

Talvolta, un pattern può sorgere come una congettura confusa. Deve sopravvivere a un intenso fuoco di critica e analisi, che costituisce parte del metodo scientifico di verifica. Nonostante i pattern siano pre-scientifici, di fatto hanno un’estensione superiore a quella della scienza. Un pattern può rappresentare l’intersezione di distinti meccanismi scientifici. Molti pattern non possiedono ancora una spiegazione scientifica; altri le hanno, ma le spiegazioni possono essere farraginose e complicate se confrontate alla semplicità dei pattern stessi. Medicina, farmacologia e psicologia sono basate almeno in parte sui linguaggi dei pattern, laddove le loro fondamenta fenomenologiche vengono rimpiazzate lentamente da una base bio-chimica. Le regole morfologiche e scalari che si applicano ampiamente in diverse discipline (West e Deering, 1995) sono pattern utili indipendentemente dai meccanismi particolari che generano il fenomeno osservato.

Sfortunatamente, l’architettura come disciplina attualmente non dispone dei mezzi per verificare un pattern architettonico, e così il meccanismo base per la formazione dei pattern risulta inesistente. Gli architetti che non sono stati formati anche al metodo scientifico, non faranno distinzione tra un metodo o una procedura di progettazione che dia risultati di successo, e uno che non li dia; il processo di verifica che dovrebbe seguire ogni soluzione proposta, non rientra nella formazione degli architetti (Stringer, 1975). Le ragioni per le quali alcuni edifici falliscono — nel senso di essere sgradevoli e difficili da usare — non vengono mai analizzate seriamente. Di conseguenza, gli errori nel disegno tendono a ripetersi indefinitamente.

Un rovesciamento filosofico ci presenta un impedimento ancora più grave all’utilizzo dei pattern architettonici. L’architettura in questo secolo si è trasformata da mestiere al servizio dell’umanità con le sue strutture confortevoli e utili, in un’arte che serve innanzitutto da veicolo espressivo della personalità dell’architetto. Nell’attuale paradigma architettonico, il benessere emotivo e fisico dell’utilizzatore occupa un’importanza soltanto secondaria. Gli architetti vi si oppongono, perché lo ritengono erroneamente di ostacolo alla libertà artistica. Da un lato dichiarano di desiderare una libera espressione della propria creatività, ma dall’altro obbligano se stessi ad operare all’interno di irrilevanti limiti stilistici. L’architettura contemporanea è divenuta auto-referenziale, cioè verificabile unicamente da quanto bene si conforma a un certo stile correntemente accettato, e non da qualche criterio oggettivo esterno o di tipo scientifico (Stringer, 1975).

Di fatto, i linguaggi dei pattern sorgono da due bisogni molto diversi: (a) come un modo di comprendere, e possibilmente controllare, un sistema complesso; (b) come necessari strumenti di progettazione con i quali costruire qualcosa che sia funzionalmente e strutturalmente coerente. Per visualizzare i pattern e le loro interconnessioni utilizziamo una rappresentazione per grafi. I pattern possono venir rappresentati come nodi in un grafo, e il grafo è connesso da margini di diverse lunghezze (Figura 8.1). Un pattern è un’incapsulazione di forze, una soluzione generica a un problema. Il “linguaggio” combina insieme i nodi in una cornice organizzativa. Una mera giustapposizione di pattern non è un sistema, perché manca di connessioni.

Le leggi secondo le quali i pattern (nodi) si connettono, sono altrettanto importanti dei pattern stessi. Parole prive di regole di connessione non possono costituire un linguaggio. Una combinazione coerente di pattern formerà un pattern nuovo, di più alto livello, che possiede proprietà addizionali (Figura 8.2). Non soltanto ciascun pattern originale funziona altrettanto in combinazione quanto individualmente, ma il tutto contiene dell’informazione organizzativa che non è presente in ciascuno dei pattern che lo costituisce. Un pattern di livello superiore non può essere previsto a partire dai soli pattern di livello più basso. Ammassare insieme dei pattern senza ordinarli in maniera propria non produrrà alcuna coerenza. Ciascun componente potrebbe funzionare individualmente, ma l’intero non funziona, proprio perché non è un intero.

Un linguaggio dei pattern è più di un semplice catalogo di pattern. I pattern individuali sono più facili da descrivere del loro linguaggio, eppure un catalogo è solo un dizionario. Non fornisce un copione; non possiede regole per fluide connessioni interne, o per sub-strutture ordinate. Un catalogo di pattern manca della fondamentale convalida che viene dal riconoscimento delle proprietà combinatorie nel linguaggio. Alcuni pattern richiederanno altri pattern complementari per essere completi. Le combinazioni ammesse sono di solito infinite. Un linguaggio vi dice quali fra essi può essere combinato, e in che maniera, così da creare un pattern di livello superiore. Per tracciare un’analogia con i sistemi biologici, possiamo dire che il sistema funziona grazie alle connessioni fra i sottosistemi (Passioura, 1979).

Connessioni gerarchiche inter-scala

Ogni sistema complesso ha una struttura gerarchica; vale a dire che diversi processi accadono su diverse scale o livelli. Le connessioni si realizzano sia sui livelli stessi, sia attraverso i livelli (Mesarovic, Macko et al., 1970). Lo stesso vale per un linguaggio dei pattern. Il “linguaggio” genera un sistema di connessioni mediante il quale l’ordinarsi dei nodi di un livello crea nodi su un livello più alto. Tale processo scorre verso l’alto e verso il basso nei livelli (Figura 8.3). Il contesto coesivo fornito dal linguaggio permette la transizione verso l’alto a tutti i livelli superiori. Possiamo capire meglio un linguaggio se ha organizzazioni a livelli diversi, perché ciascun livello è protetto dalla complessità in tutti gli altri livelli.

Un linguaggio dei pattern non ha una struttura di regole strettamente modulare, come sarebbe il caso se il linguaggio fosse definito soltanto da poche unità di base, ma aggiunge nuove regole man mano che la scala aumenta. I livelli superiori in un sistema dipendono da tutti quelli più bassi, ma non viceversa (Passioura, 1979). Anche se, una volta disconnessi, i pattern di livello inferiore sono in grado di funzionare senza formare necessariamente un pattern di livello superiore, un tale sistema non è coesivo, perché esiste soltanto su un livello. Ogni livello in un sistema gerarchico complesso è sostenuto dalle proprietà del livello immediatamente più basso. La combinazione dei pattern che agiscono su un più piccolo livello di scala, acquisisce nuove e inaspettate proprietà che non erano presenti nei pattern costitutivi, e queste vengono espresse in un pattern di livello superiore (Figura 8.4). I pattern sui livelli più alti sono perciò necessari perché incorporano informazione nuova.

Molti fallimenti nel descrivere un sistema complesso sono dovuti al fatto di non permettere abbastanza livelli. Un’interruzione fra i livelli disconnette il linguaggio dei pattern, perché i pattern su livelli differenti si trovano in tal modo troppo distanziati per poter entrare in relazione (Figura 8.5). Tendiamo a cadere in questa trappola, a causa di un modo di pensare non gerarchico. Alcuni pattern urbani funzionano su una scala di 100 m e contengono pattern architettonici che operano sulla scala di 1 m, ma che ne è dei pattern di tutte le scale intermedie? Un problema ancora più serio consiste nell’attribuzione di importanza alle dimensioni, diffusa nella nostra cultura. Lavorando al di dentro di tale mentalità è molto facile concentrarsi solo sui pattern (o gli anti-pattern) a larga scala, ed ignorare quelli sui livelli più bassi. Ciò rende impossibile verificare i pattern lungo le loro connessioni verticali, quali sono illustrate nelle Figure 8.3 e 8.4.

Uno dei principali metodi di verifica di un linguaggio dei pattern consiste nel connettere ciascun pattern verticalmente ai pattern dei livelli superiori e inferiori. Il danneggiamento di un linguaggio dei pattern può essere compreso visivamente se si cancella ogni singolo pattern nella Figura 8.3. Ne consegue la rimozione del coordinamento di tutti i pattern collegati al di sotto di quelli cancellati; è inoltre ovvio che se una relazione verticale è una relazione di inclusione, risulteranno eliminati anche quei pattern che vi si trovano al di sotto. Ancora, pure tutti i pattern al di sopra dei pattern sbarrati risulteranno automaticamente eliminati. Quindi, rimuovere un pattern senza comprendere le sue connessioni significa danneggiare una porzione significativa del linguaggio dei pattern, perché contemporaneamente si rimuove anche, come minimo, una catena verticale di pattern.

È necessaria una nota a riguardo di quell’errore che identifica qualsiasi struttura multi-livello con un ordinamento gerarchico ad albero rovesciato. In un albero, ogni cosa è ordinata a partire da un singolo snodo in alto, e gli snodi sullo stesso livello non si collegano direttamente l’uno all’altro. Anche se alcuni autori utilizzano tale terminologia, non è questo che intendiamo qui. La Figura 8.3 mostra che la gerarchia che proponiamo per i linguaggi dei pattern non è un albero rovesciato, perché ha cime multiple e connessioni orizzontali; cioè molte volte più connessioni di quelle possedute da un albero. Una struttura gerarchica ad albero rovesciato è troppo restrittiva, perché tutte le comunicazioni devono passare per gli snodi di livello superiore. Le gerarchie ad albero rovesciato sono associate con i sistemi che esercitano il controllo dall’alto verso il basso (Alexander, 1965).

Scoprire pattern per nuove discipline

Una nuova disciplina ha bisogno di astrarre i suoi pattern quando essi appaiono. Si tratta di costruire le proprie fondamenta e il proprio scheletro logico, sopra il quale potrà sorreggersi la crescita futura. Cogliere in anticipo i pattern di base accelererà lo sviluppo del linguaggio, e guiderà nella giusta direzione. Si possono trarre intuizioni per un nuovo campo che manchi ancora di pattern, studiando quelli di discipline già formate. Una struttura universale di alto livello è inerente a tutti i linguaggi dei pattern. Lo spazio di una soluzione, che è distinto dallo spazio parametrico, raramente è monodimensionale. Ciò significa che non basta scoprire quello che non funziona per ottenere quello che funziona, semplicemente facendo l’opposto. Possono esserci infiniti opposti. Occorre esaurire lo spazio della soluzione, identificando molti anti-pattern contigui prima di tarare il pattern stesso.

Qui dobbiamo ammonire contro la distruttiva tendenza dei nostri tempi a giudicare prematuramente i pattern, usando criteri rigidi quali l’efficienza, la riduzione dei costi e la scorrevolezza. Non è che questi siano criteri inappropriati, ma essi tendono ad ignorare la connessione tra i pattern. In altre parole i pattern all’interno di un linguaggio dei pattern dipendono l’uno dall’altro in maniera complessa, e una selezione frettolosa di quelli che vengono erroneamente considerati pattern “superflui” può danneggiare la coesione del linguaggio. Molti pattern fondamentali sono stati scartati nel vano interesse dell’economia, senza accorgersi che essi sono essenziali per la coerenza di un sistema e per il suo intero funzionamento. Le conseguenze a lungo termine sono negative, e significative. Si può tentare di dare una linea filante a un processo dopo che si sia compresa bene la sua complessità, ma non prima. Nuovi pattern promettenti, come altri vecchi e onorati dal tempo, sono stati spietatamente smantellati da modi di ragionare di corto respiro, sviluppati all’ombra della credenza che i sistemi complessi debbano conformarsi a un qualche tipo di “design minimalista”. Ciò è dovuto a una comprensione superficiale del modo in cui un sistema funziona.

I sistemi complessi più eleganti sono piuttosto (ma non perfettamente) ordinati. Dovendo adattare dei pattern alle scale più piccole e su quelle intermedie — di fatto, ovviamente, crescendo al di fuori da esse — i pattern di più ampia scala non possono essere perfetti nel senso di puri, o molto semplici. Un buon disegno evita le complicazioni non necessarie. È bilanciato tra la formazione di pattern di piccola scala blandamente organizzati, che potrebbero condurre a forme di processi in qualche modo casuali, e pattern che potrebbero invece dare eccessivo rilievo alla larga scala. Andare troppo in là verso questi due estremi danneggia la coerenza (e dunque l’efficienza) del sistema.

Le idee generali qui presentate dimostrano che è utile estendere i pattern urbani alla città elettronica. La nozione di “ambiente intelligente” definisce la connettività urbana del nuovo millennio. Oltre all’esistente struttura lineare governata dai pattern di Alexander (si veda Capitolo 1: Teoria della rete urbana), abbiamo bisogno di sviluppare delle regole per la connettività elettronica (Droege, 1997; Graham e Marvin, 1996). Per definire un tessuto urbano coerente, funzionale, il linguaggio dei pattern delle connessioni elettroniche (che soltanto ora viene a svilupparsi) deve allacciarsi perfettamente al linguaggio delle connessioni fisiche. Alcuni autori hanno già asserito in maniera fuorviante che la città verrebbe resa ridondante dalla connettività elettronica. Tali opinioni ignorano i nuovi pattern osservati, che correlano gli snodi elettronici a quelli fisici nel tessuto urbano pedonale. I due linguaggi dei pattern, molto più verosimilmente, si completeranno e rinforzeranno a vicenda.

Coerenza e connettività

Fra i due criteri (a) coerenza interna e (b) connettività esterna, è il secondo ad essere quello di gran lunga più importante. La complessità di un sistema — i cui termini possono divenire noti solo dopo un certo tempo, se mai lo saranno — può impedire che un nuovo linguaggio dei pattern abbia una struttura interna armoniosa. È comunque essenziale che ciascun linguaggio dei pattern si connetta ai linguaggi esistenti confinali (Figura 8.6). Per esempio, un edificio dagli interni incoerenti risulterà inservibile. Ma una volta che un edificio abbia raggiunto un minimo di coerenza interna, la connettività esterna con altri pattern assume maggiore importanza. Il punto sta nell’evitare l’isolamento di sistemi patologici, che poi sopravvivono perché non soggetti a confronti e contrappesi interattivi.

È possibile definire un insieme di anti-pattern che “ripulisce” la complessità imponendo idee rigide, monodimensionali. Un tale tipo di linguaggio potrebbe in se stesso essere perfettamente coerente al proprio interno, ma non sarebbe in grado di coesistere con altri linguaggi dei pattern che invece rispettassero la complessità. L’esempio migliore viene dalla politica. Il fascismo e il totalitarismo fanno piazza pulita del caos della società umana, ma cozzano con i nostri più profondi pattern dei valori umani. Allo stesso modo, ciascun linguaggio dei pattern organizzativo che cerchi di creare un ambiente di lavoro positivo, necessariamente si connetterà e produrrà una transizione al linguaggio dei pattern architettonici di Alexander, linguaggio che determina le forme costruite su tutti i livelli della scala (Alexander, Ishikawa et al., 1977).

Il pattern architettonico BALCONE DI DUE METRI è di aiuto nell’illustrare la connettività (Alexander, Ishikawa et al., 1977). Molti pattern sociali della vita famigliare, come sedere intorno a un tavolo, condividere un pasto, bambini che giocano sul pavimento con dei giocattoli, piante che crescono in grossi vasi, cucinare all’esterno su un barbecue, ecc., possono realizzarsi all’interno di un balcone unicamente se esso è largo almeno due metri. Quando un balcone viene costruito più stretto per seguire un qualche canone arbitrario di progettazione, o semplicemente per ragioni di economia (il che soddisfa criteri di coerenza interna), fallisce nel connettersi ai pattern sociali di cui sopra. Connessione qui significa accomodamento e inclusione fra pattern che appartengono a due diversi linguaggi. L’isolamento matematico, come nella Figura 8.6, determina con certezza l’isolamento fisico del balcone dai suoi potenziali utilizzatori.

Non ci rendiamo abbastanza conto di quanto compiutamente i pattern architettonici si connettano ai pattern sociali; essi costituiscono una parte significativa della cultura tradizionale di ogni società. Perderli, significa danneggiare irreparabilmente il modo in cui una società funziona, perché i pattern architettonici aiutano a definire tutti i pattern sociali di livello più alto (Figura 8.7). Specialmente tra i poveri di campagna, la tradizione è l’unico modo di salvaguardare la propria cultura. La tradizione incarna soluzioni che si sono evolute per innumerevoli generazioni. In tal modo i pattern progettuali sono connessi con un modo di vivere, e ne sono divenuti parte integrante. Questo punto è stato enfatizzato da Alexander (Alexander, 1979), ed è argomentato in modo eloquente da Hassan Fathy (Fathy, 1973) (pp. 24-27). Gli architetti sensibili si preoccupano affinché i loro progetti si adattino ai pattern sociali e li nutrano.

Talvolta, un pattern può presentare una caratteristica secondaria indesiderata; proprio come un tratto ereditario d’un organismo, magari essenziale per la sopravvivenza, ma dotato di negativi effetti collaterali. È il medesimo pattern ad essere espresso in due modi diversi. Il tentativo di eliminare la forma secondaria, quella indesiderata (per esempio, abolendo ogni elemento architettonico o pattern sociale che “guasta” una simmetria altrimenti perfetta), senza comprendere a cosa essa connetta, può distruggere l’intero linguaggio. Proprio condannando le caratteristiche secondarie dei pattern umani, in quanto non conformi alle idee arbitrarie di stile, o sulla base di una qualche avversione antisociale, gli architetti sono riusciti ad eliminare i linguaggi tradizionali dei pattern in tutto il mondo.

Le regole stilistiche e la replicazione dei virus

In tempi di crisi, o semplicemente per desiderio d’innovazione radicale, discipline ben stabilite talvolta rimpiazzano di buon grado i propri linguaggi dei pattern con regole stilistiche. Affatto arbitrarie, sia che vengano dalla moda o dal dogma (qualche autorità afferma una regola che non verrà mai messa in dubbio), o riferite a una situazione molto specifica, inapplicabile in generale, le leggi stilistiche non sono compatibili con dei pattern complessi come quello mostrato nella Figura 8.7. Il meccanismo mediante il quale le regole stilistiche si propagano ha delle somiglianze sostanziali con la replicazione dei virus. Una regola stilistica viene di solito data come un modello, e ai sostenitori si richiede di replicarlo nell’ambiente. Il suo successo non è misurato da come serve bene una qualche attività umana, ma piuttosto da quante copie ne vengono prodotte.

Le regole stilistiche spesso non hanno connessione con i bisogni umani: sono soltanto immagini con un superficiale contenuto simbolico. Alcune sono benigne, molte altre patologiche. Un codice di informazione per una forma costruita — per es. “muri uniformi, lisci, continui a livello stradale” — penetra nella mente di un progettista sia attraverso l’insegnamento sia dalla visione di esempi costruiti. Persone altrimenti intelligenti, vengono sedotte dalle idee semplicistiche di un metodo di progettazione, facile da applicare perché elimina o sopprime la complessità naturale. Quell’individuo diventa così un agente di replicazione del virus. Ogni volta che quel codice viene replicato, distrugge le connessioni umane in quella regione della città; il risultato è ovvio, perché questo virus particolare disfa tutti i pattern per le interfacce connettive urbane discusse sopra.

All’opposto, un pattern non è mai imposto o forzato, ma sorge dall’uso, e viene accolto per i suoi benefici. Facilita la vita e le interazioni umane, e deve continuamente sottostare a prove sulla sua efficacia in tal senso. Una differenza essenziale è che, a causa delle forze che lo sottendono, nessun pattern architettonico può essere rappresentato come un’immagine visiva. Un pattern risolve un problema complesso; non è uno schema da copiare senza riflettere. È assolutamente più facile riprodurre uno schema visivo che risolvere un problema fondamentale di progettazione, perché il primo non richiede un pensiero ragionato, ma soltanto un aggiustamento intuitivo. L’intelletto non ha bisogno di lavorare, e il progettista può alleggerirsi della responsabilità di prendere decisioni difficili riguardo alle complesse interazioni tra le forme costruite e le attività umane. In parte come risultato di questo cambiamento, il design architettonico è ormai pesantemente orientato verso modelli visivi definiti dal design alla moda.

Molte regole stilistiche sono anti-pattern: non sono accidentali, né rappresentano le semplici preferenze di un individuo. Esse intenzionalmente compiono l’opposto di alcuni pattern tradizionali, per la ricerca della novità. Travestite da “nuovi” pattern, abusano del processo naturale di riparazione di un linguaggio dei pattern, per distruggerlo. I pattern funzionano in maniera cooperativa per costituire unità complesse, le quali coesistono e competono in un equilibrio dinamico. Al contrario, le regole stilistiche tendono ad essere rigide e poco accondiscendenti. La loro replicazione, in molti casi fissa la geometria della forma costruita in modo da escludere i pattern umani. Una singola regola stilistica è in grado di sopprimere un’intera catena di pattern collegati su molte scale differenti (Figura 8.3). Una regola stilistica distruttiva, come un virus, è un codice informazionale che dissolve la complessità dei sistemi viventi.

Gli architetti di oggi vengono educati a utilizzare un vocabolario limitato di forme, materiali e superfici semplici. Le loro possibili combinazioni non sono sufficienti nemmeno per accostarsi alla struttura di un linguaggio. Ciò viene a sostituire l’accumulo di un’intera letteratura di pattern, corrispondenti a parole, frasi, paragrafi, capitoli e libri interi, capace di conservare il significato proveniente dall’esperienza e dalla vita umana. Pochi si rendono conto delle enormi conseguenze sulla società che derivano dall’adozione di un determinato vocabolario di design. Le decisioni relative allo stile architettonico coinvolgono la cultura circostante; al contrario di quanto viene generalmente proclamato, le visioni di una singola persona non si limitano a un edificio in quanto opera particolare. Uno schema visivo individuale è, al contrario, in grado di distruggere un’intera cultura in una maniera altrettanto efficace di quella di un virus mortale.

Evoluzione e riparazione dei linguaggi dei pattern

Pattern verificati sono pressoché permanenti, anche se si dà un processo di riparazione e rimpiazzo. Di quando in quando possiamo fare gli avvocati del diavolo ed ignorare le vecchie soluzioni, così da scorgerne di nuove e innovatrici all’interno di una vecchia disciplina. Un nuovo pattern è superiore se, rispetto al vecchio pattern che viene a rimpiazzare, incrementa la connettività verso la maggioranza dei pattern già stabiliti. Potrebbe ad es. avere un contesto più ampio, o superare diversi pattern più vecchi, e in tal modo affinare il linguaggio. Un tale procedimento ha lo scopo di rafforzare un linguaggio dei pattern esistente attraverso la riparazione e l’evoluzione, come anche di conservare la saggezza accumulata mantenendola attinente ai bisogni che cambiano.

Molto meno frequentemente, si assiste a un cambio di paradigma che rende inutile un intero linguaggio dei pattern: ad es. quando i veicoli a cavallo furono rimpiazzati dalle automobili. Ciò non invalida il linguaggio dei pattern, mostrando come crearne uno ulteriore; ma semplicemente rende quel prodotto finale meno desiderabile. Tuttavia mentre la tecnologia e i materiali cambiavano, molti pattern hanno resistito pressoché intatti passando dai carri alle auto. Di solito, l’adozione di un’innovazione è grandemente facilitata se si minimizza la percezione del cambiamento e, conseguentemente, il numero dei pattern che hanno bisogno di essere rimpiazzati. È uno spreco buttar via un lascito di pattern, alcuni dei quali stabiliti nel corso dei millenni.

Non occorre eliminare del tutto un linguaggio dei pattern più vecchio per introdurne uno nuovo. La coesistenza di pattern competitivi o complementari è anzi spesso desiderabile, persino necessaria, specialmente se i nuovi pattern occupano posizioni diverse nella gerarchia (perché agiscono su scale differenti). Se connessi propriamente, condurranno a un sistema complesso più ricco e più stabile. Si è creduto, sbagliando, che i pattern per la rete del trasporto automobilistico sarebbero stati minacciati dai pattern per le reti pedonali e per il transito di massa. Sulla base di questa incomprensione, i pianificatori urbani e i produttori di automobili hanno semplicemente soppresso questi ultimi (Newman e Kenworthy, 1999). Oggi cominciamo invece a comprendere che un’equilibrata coesistenza di tutti e tre i linguaggi — deputati rispettivamente al movimento pedonale, automobilistico e del transito di massa — è un prerequisito necessario per un sistema di trasporti di vasta portata (si veda Capitolo 1: Teoria della rete urbana).

Alcuni pattern potrebbero funzionare ugualmente bene su diversi livelli, benché il contesto della maggioranza dei pattern determini la loro posizione su una particolare scala del linguaggio dei pattern. Alcuni pattern possono essere spostati su o giù verticalmente all’interno di un linguaggio. Tale proprietà produce economia in un linguaggio dei pattern, attraverso una modalità auto-similare di scala, il che significa che una scala appare come un’altra scala quando viene ingrandita. Un linguaggio dei pattern che sviluppa coerenza nel tempo, può anche sviluppare un grado scalare auto-simile come risultato delle connessioni attraverso i livelli. Via via che l’insieme dei pattern sviluppa una struttura cooperativa, guidata dall’allineamento dei pattern (o degli anti-pattern) su livelli diversi, crea similarità inaspettate. Perciò, ciascun livello di una struttura coerente esprime una proprietà che è caratteristica dell’intero.

L’importanza del dettaglio

Un linguaggio richiede la presenza di pattern su altrettanti livelli di quelli impegnati per connettersi ai processi naturali. Ciascun livello è importante in se stesso. In ogni sistema complesso, il dettaglio fa parte delle scale più basse nella gerarchia. Se queste sono sconnesse, o mancanti, il sistema non è coerente e non può funzionare (Mesarovic, Macko et al., 1970). Trascurare un pattern perché si trova su un livello più basso, inficia l’intera struttura. Non è sempre ovvio quale sia il livello più basso di un sistema, dal quale dipendono tutti i livelli sovrastanti. Il dettaglio che fa parte di una gerarchia scalare, verrà connesso a tutti i livelli più alti della complessità, e non è meramente “aggiunto”. Le forme fisiche hanno fattezze strutturali su scale diverse in quanto risultano da forze interne ed esterne. Dal microscopico al macroscopico passando per tutte le scale intermedie, i diversi livelli di scala cooperano.

Nel disegno degli edifici esistono molteplici scale — in corrispondenza della serie umana delle scale da 1 cm a 1 m — difficili da giustificare su basi strettamente strutturali. Eppure, per definire una gerarchia connessa di scale, quelle scale debbono essere presenti nella struttura (Salingaros, 2000). Perciò o il progetto deve permettere l’emergere della struttura e delle suddivisioni a quelle scale, o la sub-struttura dev’essere intenzionalmente generata a quelle scale. Tale esigenza crea il tradizionale “ornamento” e tutti i pattern che lo generano (Alexander, Ishikawa et al., 1977; Salingaros, 1999). L’ornamento giusto è essenziale affinché una grande forma possa essere coerente (Salingaros, 2000). Un’analisi della coerenza strutturale che sorge da una gerarchia scalare collegata rivela la necessità dell’ornamento, sebbene al giorno d’oggi l’ornamento risulti discordante, poiché non è posto in relazione con la forma più grande.

Il dettaglio è una questione a parte. Il più piccolo dettaglio percepibile alla distanza di un braccio misura 0,25 mm, il che ha a che fare con un complesso visivo quale la trama di un tessuto o l’immagine sullo schermo di un computer. Mentre un tale grado di dettaglio si ritrova in materiali riccamente composti, sono di solito le scale tra la trama e l’ornamento (1 mm a 1 cm) a mancare negli edifici contemporanei. La nostra tradizione del design minimalista elimina le scale più piccole, di intermediazione, dalla forma costruita. Dopo mezzo secolo di esercizio con questo idioma, tendiamo a dimenticare che l’architettura più amata (Modernismo incluso) funziona specialmente bene su queste scale. Le persone sentono il bisogno di connettersi alla struttura ad ogni scala.

Conclusione

I linguaggi dei pattern incapsulano l’esperienza umana, e ci aiutano a fronteggiare la complessità nel nostro ambiente. Si applicano a tutto, dai programmi dei computer, agli edifici, alle organizzazioni, alle città. I linguaggi dei pattern di una civiltà sono sovente sinonimi del suo patrimonio tecnico e culturale. Nuove sfere dello sforzo umano sviluppano i loro propri linguaggi dei pattern, che debbono collegarsi ai linguaggi dei pattern esistenti in campi prossimi. I pattern singoli vengono verificati empiricamente nel tempo. Il linguaggio stesso sarà sulla strada giusta se evolve una struttura connettiva che incorpora scalarità e gerarchia. L’architettura e il design urbano nel ventesimo secolo fanno affidamento su un insieme di regole stilistiche che falliscono nel connettere ai pattern della vita umana. Scuole, critici, televisione e riviste ci hanno insegnato a preferire le forme visive astratte, e ad ignorare il fatto che gli ambienti generati da simili schemi non sono in grado di adattarsi ai loro stessi pattern comportamentali. Un esempio di ciò deriva dritto da un’incomprensione fondamentale della geometria urbana. Si è creduto che la rimozione delle interfacce urbane avrebbe aiutato a creare la città contemporanea, quando invece essa l’ha seriamente danneggiata.

Questo capitolo ha argomentato che i pattern provvedono un fondamento necessario per connettere ogni soluzione progettuale agli esseri umani. Contraddirli disconnette forma costruita e persone. Tale conclusione ha delle conseguenze profonde per la pratica architettonica. Cambia drasticamente la posizione dei linguaggi dei pattern nell’architettura contemporanea. Da quella marginale che hanno occupato per più di due decadi, balzano al centro della rilevanza architettonica. I linguaggi dei pattern si rivelano come la “radice principe” di tutta l’architettura, dalla quale il design trae la propria vita col fine di soddisfare i bisogni umani. Ciò è vero anche se non si approvano uno o più tra i pattern di Alexander. I nostri risultati implicano che le mode del design che separano se stesse da questa fonte di vita sono condannate a rimanere per sempre sterili. Coloro che compiono un simile atto intenzionalmente devono ammettere d’ora in avanti che proprio questo è il loro scopo.

Ringraziamenti 

La ricerca dell’Autore è sostenuta in parte dalla fondazione Alfred P. Sloan. Sono grato a G. Arbon, P. L. Briggs, J. O. Coplien, C. L. Jeffery, R. Johnson, J. Tidwell, M. Waddington, e S. Woo per i loro utili commenti.

Il presente testo (seconda parte) è tratto da Architectural Research Quarterly, volume 4, No. 2, 2000, pagine 149-161. Traduzione di Stefano Serafini.